dolore cronico e metacognizione

Dolore cronico e metacognizione

L’Associazione Internazionale per lo Studio del Dolore (International Association for the Study of Pain, IASP) definisce il dolore come “un’esperienza spiacevole, sensoriale ed emotiva, associata ad un danno tissutale reale o potenziale”. Si parla di dolore cronico quando questo si protrae nel tempo, perdendo la sua funzione di allarme, con possibili conseguenze sulla qualità di vita della persona. Il dolore può comportare infatti importanti ripercussioni sul benessere: un incremento del numero di accessi e visite richieste al sistema sanitario, alterazioni nel sonno, sofferenza psicologica ed emotiva di intensità variabile, fino a situazioni di sintomatologia di tipo ansioso e/o depressivo che richiedono interventi psicologici mirati. In virtù di questo il dolore cronico è stato spesso oggetto di studio in ricerca psicologica. Sono stati rilevati diversi fattori che giocano un ruolo nello sviluppo e nel mantenimento del dolore cronico, tra cui specifiche distorsioni e credenze cognitive: molte ricerche hanno rilevato come la catastrofizzazione, intesa generalmente come la tendenza a valutare il significato di un evento in maniera eccessivamente peggiore di quanto si dovrebbe in termini di minaccia percepita, sia uno dei fattori che maggiormente influenza la percezione del dolore da parte della persona, oltre che le eventuali conseguenze in termini di disabilità presentata e sofferenza emotiva, distress psicologico, livelli di ansia e depressione. Le credenze relative all’evitamento, la paura correlata all’anticipazione del dolore e la catastrofizzazione influenzerebbero poi l’evitamento e l’attenzione selettiva orientata alle sensazioni corporee, mantenendo o aggravando il problema, con conseguenze anche rilevanti in termini di autonomia personale. Il trattamento del dolore cronico, perché sia efficace, dovrebbe dunque generalmente includere un approccio multispecialistico integrato, che non si limiti quindi ad una presa in carico puramente medico-somatica, ma che includa anche la valutazione e il trattamento dei fattori psicologici rilevati dalla ricerca. La terapia cognitivo- comportamentale offre strumenti idonei sia per il lavoro sulle conseguenze del dolore cronico in termini di ansia, depressione e alterazioni del sonno, sia per il trattamento e la gestione dei meccanismi sopra elencati, per rompere i circoli viziosi che mantengono e aggravano il problema, al fine di migliorare la qualità di vita della persona e l’aderenza alle terapie mediche eventualmente prescritte. Gli interventi cognitivo-comportamentali orientati al dolore solitamente includono la ristrutturazione cognitiva delle cognizioni catastrofiche sul dolore al fine di sostituirle con credenze più funzionali, oltre che, a seconda della valutazione specifica del caso, l’utilizzo di strategie di fronteggiamento, affermazioni di coping, tecniche di rilassamento e la modificazione della routine quotidiana per gestire in maniera più funzionale il problema.

In un recente articolo pubblicato su Clinical Psychologist (“Re-thinking over-thinking pain: what can metacognition add to our understanding of pain catastrophising?”), l’autore, Robert Schütze, propone inoltre di prendere in considerazione altre variabili, in aggiunta a quelle considerate nei modelli cognitivo-comportamentali. Schütze commenta i dati di uno studio condotto e pubblicato da Spada e colleghi (“Meta-cognitive beliefs about worry and pain catastrophizing as mediators between neuroticism and pain behaviour”), che si proponeva di valutare, in un campione di 308 persone, la relazione esistente tra nevroticismo, credenze metacognitive, catastrofizzazione del dolore e comportamento relativo al dolore. I risultati hanno rilevato una connessione tra credenze metacognitive relative alla preoccupazione, comportamenti e catastrofizzazione. In particolare le credenze metacognitive positive sulla preoccupazione (ad esempio “preoccuparmi è utile”) mediavano la relazione tra nevroticismo e catastrofizzazione. Le metacognizioni negative (ad esempio “la mia preoccupazione è pericolosa per me”), mediavano invece la relazione tra catastrofizzazione e comportamenti maladattivi relativi al dolore, fra cui l’evitamento. Schütze si riferisce al modello di Terapia Metacognitiva di Wells (MCT), già ritenuto efficace per problemi di ansia e di depressione: il modello di Wells non focalizza l’intervento sui contenuti del nostro pensiero, come usualmente fa la terapia cognitivo-comportamentale standard, ma sui processi: in particolare rimuginio e ruminazione. Si lavora quindi con tecniche specifiche sull’attenzione che diamo ai nostri pensieri, che influenza le conseguenze emotive che sperimentiamo e che a sua volta è influenzata dalle credenze che abbiamo sui nostri pensieri: le cosiddette, e già citate, metacognizioni, che possono essere sia positive che negative. Schütze apre la strada alla possibile concettualizzazione di una sindrome cognitivo-attentiva (CAS) dolore correlata, analoga a quella già postulata da Wells per gli altri disordini emotivi e che potrebbe includere processi attentivi e comportamenti maladattivi specifici del dolore cronico. Sottolinea inoltre che, se le credenze metacognitive negative su incontrollabilità e minaccia della preoccupazione mediano la relazione tra catastrofizzazione e comportamenti maladattivi, queste potrebbero essere centrali per capire e modificare il pensiero perseverativo relativo al dolore.

Schütze stesso sottolinea la necessità di altre ricerche al fine di esplorare questi processi ed eventualmente articolare un vero e proprio modello metacognitivo per la catastrofizzazione del dolore, ma indica come questi risultati aprano la strada per ipotizzare che potrebbero diventare essi stessi target di trattamento di pari rilevanza rispetto ai sopra citati fattori già noti e oggetto di trattamento nei protocolli cognitivo-comportamentali.

L’autore conclude sottolineando che è possibile che un modello metacognitivo della catastrofizzazione sul dolore potrà emergere dalla sperimentazione di una forma di terapia metacognitiva orientata al dolore cronico; ma sottolinea anche che difficilmente la terapia metacognitiva potrà diventare il nuovo trattamento di elezione per questo problema: ciò potrebbe però ulteriormente migliorare la comprensione che già abbiamo dei meccanismi di trattamento ad ora utilizzati con efficacia in terapia cognitivo-comportamentale ed offrire delle strategie aggiuntive da utilizzare, per meglio tarare gli interventi a seconda dei casi specifici.

Irene Castellani

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