contaminazione

Non tutta la contaminazione vien per nuocere

In un articolo pubblicato qualche tempo fa su questo blog, che riguardava l’”intelligenza delle piante”, eravamo partiti dalla constatazione – ovvia ma spesso non tenuta presente – che il pianeta Terra funziona come un unico organismo e che l’essere umano non è un’ entità discreta, isolata dal mondo circostante: è inserito all’interno di un ecosistema costituito da organismi viventi, siano essi piante, animali o microrganismi. Una vita interconnessa con continui scambi di energia e di sostanze da cui ne derivano equilibri dinamici, temporanei e in continua evoluzione. Una modifica in un nodo di questa rete porterà cambiamenti diffusi, dinamica che avviene fuori e dentro all’uomo.
In cosa consiste l’ecosistema interno all’uomo?
Al suo interno, precisamente nel tratto intestinale – ma anche a livello cutaneo – troviamo colonie batteriche con le quali l’organismo umano mantiene un equilibrio. I microrganismi che colonizzano l’intestino vanno a costituire il Microbiota o Microbioma.
Col termine Microbiota si intende l’insieme dei microrganismi presenti nel nostro sistema intestinale; per Microbioma si intende la medesima situazione in cui però si pone l’accento sull’insieme del patrimonio genetico che si viene a costituire. Conviviamo infatti con microrganismi la cui ricchezza totale del DNA – con oltre 3 milioni di geni – supera di circa 150 quella presente nelle cellule umane.
Il corpo umano condivide il proprio spazio intestinale con circa 150 specie di microrganismi e ciascun uomo ha come caratteristica individuale le sue percentuali tra queste specie. Dati recenti (2016) confermano che la distribuzione di questi microrganismi intestinali non è affatto casuale all’interno del tratto digerente. Qualche centinaio di batteri li troviamo nello stomaco, miliardi a livello del colon. Ciascuna specie di microrganismo ha la tendenza a colonizzare piccoli tratti di intestino: i batteri aerobi tendono a collocarsi maggiormente nei primi tratti intestinali mentre quelli gli anaerobi ( (che possono sopravvivere anche senza ossigeno) – e che costituiscono il maggior numero – li troviamo man mano ci si avvicina alla parte terminale del colon.
La creazione di questo ecosistema avviene gradualmente nel corso della vita: al momento della nascita il tubo digerente neonatale è sterile (proprio come lo sono i tessuti umani interni); poi il parto, l’allattamento e l’ambiente – con i suoi oggetti, contatti sociali e alimentazione – vanno gradualmente ad incrementare il numero dei microrganismi.
Nei primi tre anni di vita gli interventi sulla flora batterica possono determinare modifiche al microbiota che perdureranno per tutto l’arco della vita.
Nell’età adulta i fattori ambientali, lo stress, le variazioni ormonali – nelle donne si pensi alla gravidanza, menopausa, fase mestruale – il tipo di alimentazione, i trattamenti farmacologici possono causare cambiamenti nell’equilibrio tra le varie specie di microrganismi. A differenza delle fasi precoci di vita, nell’adulto queste modifiche avvengono con maggiore lentezza proprio per la tendenza del microbiota già presente a rimanere invariato: le modifiche provocate da agenti esterni o interni determinano cambiamenti in genere transitori che tenderanno poi a risolvere sull’equilibrio originario.
Sono questi dati che portano a considerare l’uomo in sé come un ecosistema costituito da un insieme di materiale genetico proprio e dei microrganismi.
Il microbiota viene concepito come un vero e proprio apparato metabolico, all’interno dell’organismo ospitante, in grado di svolgere quei processi biologici, necessari alla sopravvivenza, che il corpo umano da solo non riuscirebbe a fare. Un’esistenza umana in un ambiente asettico non è pensabile: il microbiota ci consente l’assimilazione di nutrienti non altrimenti digeribili, la sintesi di vitamine, la demolizione di sostanze tossiche, la regolazione dell’attività del sistema immunitario – sistema immunitario molto attivo e presente nell’intestino, basti pensare che l’appendice vermiforme, la cui infiammazione determina il quadro a tutti noto denominato “appendicite”, prende anche il nome di tonsilla addominale -, la creazione di una barriera protettiva contro eventuali altri agenti patogeni. Piccole quantità di germi stimolano in modo positivo il nostro sistema immunitario mantenendolo vigile e attivo; proteine batteriche possono determinare quelle che vengono definite reazioni crociate con antigeni umani provocando una disfunzione del sistema immunitario, che finisce con l’attaccare parti dell’organismo che normalmente non andrebbero toccate. Diverse allergie, intolleranze alimentari e malattie autoimmuni hanno questo meccanismo alla base.
Un buon equilibrio tra microrganismi “buoni” e quelli che non lo sono, viene definito Eubiosi. Contrariamente, l’alterazione di questo equilibrio, a vantaggio dei secondi, viene definito Disbiosi.
Una Disbiosi si può rilevare in quadri che riguardano direttamente il sistema digerente – stipsi, diarrea, infiammazioni del digerente – ma anche in quadri sistemici che spaziano dalle patologie autoimmuni a quelle metaboliche (ad es. obesità, ipercolesterolemia, insulino-resistenza) fino a coinvolgere la sfera psichica con alterazioni dell’umore o della condotta. Quest’ultimo aspetto non sorprende i clinici dal momento che si sa bene come un’elevata percentuale di serotonina – uno dei neurotrasmettitori chiamati in causa nel mantenimento dell’umore – più che a livello cerebrale la troviamo nell’intestino.
La tipologia di flora batterica può essere responsabile della produzione e immissione in circolo di sostanze tossiche per il sistema nervoso come l’acido D Lattico o un eccesso di azoto.
Ciò che mangiamo ha un ruolo importante nel determinare la composizione del nostro microbiota. Si arriva anche a ipotizzare una domanda tutt’altro che stupida: siamo noi che scegliamo il cibo o è il microbiota che ci invia segnali per procacciargli ciò di cui ha bisogno? E’ un tema su cui si riflette in campi scientifici molto seri.
In attesa di ulteriori conferme, al momento si lavora sul microbiota anche impiegando organismi vivi che apportano un beneficio alla flora batterica, i probiotici. A differenza di questi, i prebiotici sono sostanze alimentari, non digeribili, impiegate come nutrimento per la flora intestinale, che aiutano selettivamente alcuni ceppi batterici.
Ben due secoli fa il filosofo Ludwig Feuerbach affermava: “Noi siamo ciò che mangiamo”, anticipando di molto il pensiero odierno. Ma la saggezza popolare lo sapeva già da prima.

Michele Conte

Se hai apprezzato questo articolo, condividilo tramite Facebook oppure suggeriscilo inserendo un link sul tuo sito/blog o postandolo nei forum che frequenti.