La psicologia del terrorismo

Il terrorismo è il fenomeno attuale che si sta diffondendo a livello globale sempre con più forza nella società odierna. Possiamo considerare il terrorismo come un fenomeno complesso ed un tipo di “strategia che utilizza la violenza pubblica con l’intento di ottenere cambiamenti a livello socio-politico, [..] attraverso atti volti a terrorizzare la popolazione o gruppi di persone per colpire protagonisti o organizzazioni a livello più profondo come governi e organizzazioni internazionali. Dal 2001 ad oggi, fino al più recente attentato di Barcellona tale fenomeno sembra costituire una minaccia sempre più incombente. Il massimo strumento di propaganda è il web che diventa un potente mezzo per diffondere in modo virale i propri contenuti tramite social network come You Tube, Facebook  e Twitter e rappresenta un terreno fertile al servizio della Jihad per reclutare e indottrinare nuovi seguaci.  Nasce così l’esigenza di una psicologia del terrorismo che indaghi le variabili psicologiche e sociali che sottendono il fenomeno, oltre alle conseguenze degli atti terroristici per le persone e le opinioni politiche.  A differenza delle prime teorie sulla psicologia dell’attentatore che erano volte a rintracciare una “patologia del terrorista”, diversi studi e il più recente articolo di Haslam e Reicher (2016) hanno ipotizzato che le menti che vengono maggiormente condizionate dai fattori implicati nella psicologia del terrorismo e nelle dinamiche di gruppo non sono persone con personalità psicopatiche o gravi psicopatologie, ma persone ordinarie. Altre teorie si concentrano sulle cause sociali del terrorismo: povertà, istruzione, ideologia, religione, ma ancora una volta, nessuna prova forte emerge da questa ipotesi (vedi Stout, 2004). In un recente articolo Gill e Corner (2017) ha rintracciato un ampio consenso nella letteratura sulla psicologia del terrorismo a sostegno del fatto che sono gli eventi e le situazioni, non le qualità personali a determinare il comportamento terroristico. Ma questo non significa che la disposizione personale non giochi alcun ruolo. Già a partire dagli studi di Millgram (1978) sull’obbedienza all’autorità è possibile dimostrare in psicologia sociale che soggetti sani e senza disturbi psichiatrici erano perfettamente in grado di infliggere un certo grado di dolore con conseguenze anche gravi ad altri individui, senza particolari forme di rimorso. Nel suddetto esperimento, i soggetti del campione sperimentale di Millgram erano disposti a sottoporre altri partecipanti a scariche elettriche letali solo perché questo veniva richiesto dai ricercatori ai quali erano pronti ad obbedire. L’esperimento di Zimbardo (1972) ha inoltre dimostrato che la maggior parte degli studenti ai quali veniva assegnato il ruolo di guardie carcerarie erano pronti a riservare agli altri studenti che rappresentavano il ruolo di prigionieri, qualsiasi genere di umiliazione. Millgram e Zimbardo hanno successivamente indagato il ruolo del conformismo nelle dinamiche di gruppo per quanto riguarda il sottomettersi e obbedire ad un leader o ad una maggioranza. Tali studi rilevano che in determinate condizioni, molte persone potrebbero essere portate a compiere atti violenti, tuttavia e altresì vero che un’attenta analisi dei risultati dimostra che la maggior parte dei soggetti non ha portato a termine tale intento.  Haslam e Reicher (2016) riprendono poi gli studi di Tajfel e Turner sull’identità sociale e sui processi di identificazione e disidentificazione implicati nelle dinamiche di gruppo. Affinchè qualcuno si faccia influenzare è necessario che si riconosca a livello identitario nei componenti del gruppo dal quale è influenzato e si allontani dai membri esterni al gruppo, differenziandosi da essi.

I collegamenti fra la teoria dell’identità sociale, l’autostima e la polarizzazione dell’in-group in letteratura sono stati in effetti discussi ampiamente. La costruzione di una rete sociale come parte di una struttura di identità è la tesi principalmente sostenuta da Sageman (2004). L’affiliazione sociale è descritta da esso come un importante problema nell’adesione alla Jihad e respinge l’idea di lavaggio del cervello sistematico dei credenti. Potenziali terroristi sarebbero spinti alla violenza dal subire all’interno della struttura sociale del gruppo un’identità a loro attribuita fortemente negativa e ciò produrrebbe emozioni negative che potrebbero portare a strategie di fronteggiamento pericolose.  Tale fenomeno potrebbe rappresentare un terreno di reclutamento per la maggior parte dei terroristi legati al Jihadismo internazionale.  Smith (2008) osserva che in un certo numero di gruppi terroristici, i motivi di affiliazione siano molto forti. L’identità sociale è fortemente legata alle appartenenze di gruppo che sono positivamente percepite e pertanto, coloro che sentono di aver perso la comunità dei loro amici e dei familiari (Sageman, 2004), cercheranno una nuova comunità in grado di aiutarli a creare nuove reti sociali e più “capitale sociale”(Putnam ,2000). Per capitale sociale si intende «la somma delle risorse, materiali o meno, che ciascun individuo o gruppo sociale ottiene grazie alla partecipazione a una rete di relazioni interpersonali basate su principi di reciprocità e mutuo riconoscimento». Inoltre, la forte identità collettiva fornita dai gruppi terroristici sembra rispondere alle esigenze di alcune persone che sperimentano una certa mancanza di identità e di significati nella loro vita (Taylor & Louis, 2004).

Anche McCauley e Moskalenko (2011) hanno sottolineato l’importanza della percezione della minaccia e dell’identità del gruppo come fattori fondamentali che possono spiegare la scelta della lotta violenta. Smith (2008) ha studiato gran parte dei documenti di terroristi dichiarando di aver spesso rintracciato bisogni di affiliazione e la ricerca di un gruppo da appartenenza. Questo bisogno di appartenere è ancora più forte quando l’ideologia del gruppo diventa più estrema. Sageman (2004) ha inoltre indagato il ruolo dei leader e pur non svalutando la loro influenza carismatica e la loro credibilità nel promuovere la violenza, ha sostenuto come sia altrettanto importante il comportamento degli oppositori. Haslam e Gleibs (2016) hanno ipotizzato che gli individui siano più disposti a seguire un leader con attitudini bellicose se è in conflitto con un altro gruppo ritenuto pericoloso. Il terrorismo può quindi influenzare alcuni potenziali seguaci portandoli a considerare il proprio stesso gruppo come un nemico. Ad esempio i leader di gruppi minoritari radicali non sono sufficienti da soli a radicalizzare altri membri, ma è necessario spesso l’utilizzo della violenza come provocazione delle autorità appartenenti alla cultura maggioritaria per creare un clima di controllo contro le minoranze. Questo fenomeno culturale provoca in tali membri un’esperienza di mis-riconoscimento che può contribuire alla disidentificazione rispetto alla cultura maggioritaria.

Una psicologia globale del terrorismo dovrebbe tuttavia trascendere dalle analisi a livello individuale. Anche se gli atti di violenza terroristica sono condotti da individui o piccoli gruppi, tali protagonisti appartengono tipicamente ad organizzazioni più vaste. Queste organizzazioni ispirano, radicalizzano e reclutano seguaci. Essi comandano, costruiscono risorse e sostengono la legittimità e la rivendicazione di responsabilità per le proprie azioni terroristiche. La modalità di come le organizzazioni terroristiche gestiscono il reclutamento e i processi di selezione, in qualche modo, non differisce da qualsiasi altra grande organizzazione. Tuttavia il terrorismo di per sé sembra non essere un mezzo razionale per raggiungere fini politici (Abrahms, 2008), e sembra essere, d’altra parte, abbastanza efficace come risposta alle esigenze di solidarietà sociale.  Per concludere la ricerca psicologica è necessario che si basi sull’integrazione di molteplici prospettive diverse per comprendere il fenomeno del terrorismo e dell’estremismo violento, e così i processi di radicalizzazione e di de-radicalizzazione tenendo presente oltre agli aspetti individuali e sociali, il peso dei fattori politici ed economici.

Simona Gelli

 

Bibliografia

  • Abrahms, M. (2008). What terrorists really want: Terrorist motives and counterterrorism strategy. International Security, 32 (4), 78-105
  • Gill, P., & Corner, E. (2017). There and back again: The study of mental disorderandterroristinvolvement.AmericanPsychologist,72,231–241.
  • Gleibs, I. H., & Haslam, S. A. (2016). Do we want a fighter? The influence of group status and the stability of intergroup relations on leader prototypicality and endorsement. The Leadership Quarterly.
  • Haslam, S. A., Reicher, S. D., & Birney, M. E. (2016). Questioning authority: new perspectives on Milgram’s ‘obedience’research and its implications for intergroup relations. Current Opinion in Psychology, 11, 6-9.
  • McCauley, C., & Moskalenko, S. (2011). Friction: How radicalization happens to them and us. New York, NY: Oxford University Press. McCauley, C., & Moskalenko, S.
  • Milgram, S., & Gudehus, C. (1978). Obedience to authority.
  • Putnam, R. D. (2000). Bowling alone: The collapse and revival of American community. New-York: Simon & Schuster.
  • Sageman, M. (2004). Understanding terror networks. University of Pennsylvania Press.
  • Smith, A. G. (2008). The implicit motives of terrorist groups: How the needs for affiliation and power translate into death and destruction. Political Psychology, 29 (1), 55-75.
  • Stout, C. E. (2004). Psychology of terrorism: Coping with the continuing threat, condensed edition. Westport, CT: Praeger Publishers/Greenwood Publishing Group.
  • Tajfel, H., & Turner, J. C. (1979). An integrative theory of intergroup conflict. The social psychology of intergroup relations, 33(47), 74.
  • Taylor, M. D., & Louis, W. (2004). Terrorism and the quest for identity. In F. M. Moghaddam & A. J. Marsella (Eds.), Understanding terrorism: Psychological roots, consequences, and interventions (pp. 169-185). Washington, DC: American Psychological Association
  • Zimbardo, P. G., Haney, C., Curtis Banks, W., & Jaffe, D. (1972). Stanford prison experiment: A simulation study of the psychology of imprisonment. Philip G. Zimbardo, Incorporated
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