invidia benigna e maligna

Invidia: un’emozione universale ma talvolta maligna

L’invidia è un’emozione universale che sperimentiamo nei confronti di qualcuno quando valutiamo che il suo successo evidenzi l’inferiorità del nostro status o la nostra sconfitta. Spesso è diretta verso chi, attraverso una prestazione simile alla nostra, ottiene un risultato che desideriamo per noi: quindi per successi che sono alla nostra portata. Include generalmente rabbia e ruminazione costante, basate sulla minaccia allo status.

La funzione evolutiva dell’invidia riguarda l’attivazione della motivazione ad assumere e perseguire comportamenti orientati a migliorare la propria posizione nella gerarchia sociale, oppure a modificare la matrice distributiva delle risorse disponibili. Tuttavia, si associa frequentemente a stati come ansia, depressione, rabbia, vergogna e risentimento. E può generare comportamenti deleteri per le relazioni amicali, familiari e coi colleghi, col rischio di danneggiare il proprio funzionamento sociale e lavorativo.

In letteratura troviamo distinzioni tra invidia maligna, benigna, depressiva o ostile. Se l’invidia benigna è paragonabile all’ammirazione e spinge ad un miglioramento della nostra performance, quella maligna diminuisce la motivazione a migliorarsi. In quella depressiva, il confronto con gli altri ci fa sperimentare emozioni come tristezza e abbattimento; in quella ostile invece si rilevano rabbia e ostilità orientate allo scopo di rovinare l’altro e desiderarne il fallimento, criticandolo, screditandolo o sminuendo l’importanza dell’obiettivo da lui raggiunto. Può anche essere presente un aspetto di piacere che deriva dal fallimento delle persone oggetto d’invidia.

L’invidia è quindi un’emozione universale, che si trova in ogni gruppo sociale. Non può, e non deve, pertanto essere eliminata. Tuttavia, è possibile lavorare al fine di ridurre gli effetti disfunzionali che può produrre. A tal fine Leahy (2015) ha proposto un modello degli schemi emozionali che integra tecniche cognitive, metacognitive, dell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) e della Dialectical and Behavior Therapy (DBT), che aiuta i pazienti a dare un senso all’invidia, universalizzarne la presenza e a distinguerne le conseguenze produttive e improduttive.

Per lavorare in tal senso riconoscere di provare invidia è il primo passo necessario: questo infatti può già di per sé modificare le proprie reazioni a seguito di un successo altrui.

L’invidia è spesso associata ad altre emozioni. Ad esempio, rabbia, tristezza, vergogna, senso di colpa, impotenza, ansia, rimpianto e disperazione. Queste possono generare l’adozione di modalità di fronteggiamento disfunzionali, quali ruminazione, lamentele, ricerca di rassicurazioni, autocritica, evitamento, fino all’ideazione suicidaria. Per questo è necessario validare le emozioni dolorose e disorientanti che accompagnano l’invidia: e quindi accettare che è possibile, e naturale, sperimentarle e dare loro spazio e significato. È utile, inoltre, anche incrementare la consapevolezza che l’invidia può associarsi anche ad emozioni come la curiosità, l’apprezzamento, la gratitudine, la soddisfazione, l’ammirazione e l’eccitamento, che possono promuovere l’adozione di comportamenti vantaggiosi e funzionali.

Diventa altresì fondamentale lavorare direttamente al fine di ridurre e modificare i comportamenti disfunzionali conseguenti all’invidia. È quindi fondamentale identificare strategie di coping disfunzionali come, ad esempio, lamentarsi con gli altri per l’ingiustizia subita, adottare comportamenti di sabotaggio, sminuire l’oggetto di invidia, ruminare, evitare la persona invidiata, ritirarsi socialmente, abusare di alcol e sostanze, mettere in atto comportamenti autolesivi. È importante acquisire la consapevolezza che provare invidia e altre esperienze emotive non equivale necessariamente ad adottare comportamenti con esse coerenti: e quindi distinguere nettamente l’emozione, o le emozioni, sperimentate dai comportamenti che ne possono conseguire.

Di fatto, generalmente sono questi ultimi a provocare problemi e non l’emozione in sé. Oltre a promuovere la possibilità di adottare comportamenti vantaggiosi, scegliere di agire non assecondando l’invidia, ma ad esempio secondo i propri valori, influenza anche il tipo e l’intensità delle altre emozioni che proviamo: accettare, normalizzare e tollerare la presenza dell’invidia adottando comportamenti orientati a raggiungere obiettivi per noi vantaggiosi ci consente di sperimentare la possibilità di scegliere come comportarci e questo incrementa anche la percezione di padronanza di noi stessi e di controllo sulle nostre azioni.

Le tecniche di terapia cognitivo-comportamentale sono utili al fine di mettere in discussione le credenze disfunzionali su di sé, sugli altri, sul mondo e sulla competizione e le distorsioni cognitive che spesso si associano all’invidia e che hanno ripercussioni significative nell’adozione di comportamenti disfunzionali. Tali tecniche risultano utili anche per modificare gli errori che portano, ad esempio, a focalizzare l’attenzione in maniera erronea (ad esempio sui propri insuccessi) e a selezionare nella memoria ricordi coerenti coi propri insuccessi e con i successi altrui. E, ancora, per ridurre la focalizzazione dell’attenzione sul comportamento dell’altro che può derivarne e che, spesso implica un calo delle prestazioni.

Le strategie cognitivo-comportamentali consentono anche di incrementare la dedizione ad altre fonti di gratificazione che possono essere presenti nella vita delle persone, ma che sono svalutate nella loro importanza e ipoinvestite. E anche per modificare modalità disfunzionali di valutazione di sé e delle altre persone che siano centrate eccessivamente sul confronto, esponendo a sperimentare vissuti come ansia, frustrazione o disprezzo. Le strategie cognitive risultano utili anche al fine di diminuire l’importanza attribuita al raggiungere certi standard di performance.

Tale tendenza, che spesso si rileva nelle persone che tendono a sperimentare invidia in maniera frequente e intensa, conduce a pensare alla propria vita come una gara, definita solamente da concetti quali la competizione, la gerarchia e il successo. Questo rende vulnerabili all’insoddisfazione e al timore di perdere il proprio status, impedendo anche di godere dei successi ottenuti e che hanno richiesto un enorme dispendio emotivo.

La terapia cognitivo-comportamentale per l’invidia consente anche di allentare la rigidità nei concetti di ‘successo’ e ‘fallimento’, che spesso vengono definiti sulla base del tutto o nulla: “o ottengo il punteggio migliore di tutti o sono un completo fallimento”. E di ridefinire gli aspetti positivi di un eventuale fallimento in termini, ad esempio, di opportunità per migliorarsi e motivazione ad orientare il proprio comportamento in maniera funzionale in quella direzione.

Infine, tecniche cognitivo-comportamentali e metacognitive risultano utili al fine di lavorare sulla ruminazione, ad esempio sull’ingiustizia subita, che dall’invidia può derivare. Lavorare su questo consente anche di poter spostare il focus dell’attenzione in maniera produttiva identificando risorse e punti di forza dell’altro che possono essere poi definiti, funzionalmente, in termini di obiettivi da raggiungere.

Allentare le modalità disfunzionali integrandole con altre più vantaggiose consente di incrementare la qualità di vita generale, di lavorare produttivamente orientati al risultato con un dispendio emotivo inferiore e di poter apprezzare e trarre soddisfazione dai risultati che riusciamo a raggiungere.

Bibliografia:

Leahy, R. L. (2015). Emotional Schema Therapy. New York: The Guilford Press. (Trad. It.: Emotional Schema Therapy. Credenze sulle emozioni e strategie di regolazione emozionale in terapia metacognitive. Firenze: Eclipsi, 2016).

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