autolesionismo

Autolesionismo

Col termine condotte autolesionistiche si fa riferimento a tutti quei comportamenti deliberatamente orientati al provocarsi dolore fisico. Questi comportamenti non hanno a che fare necessariamente con tentativi di suicidio o desiderio di togliersi la vita e includono, ad esempio, il tagliarsi la pelle con diversi tipi di oggetti affilati, l’infliggersi bruciature e marchiarsi con sigarette o oggetti roventi. La messa in atto di un comportamento autolesivo consente di focalizzare la propria attenzione sul dolore fisico. Le motivazioni sottostanti la messa in atto del comportamento sono in genere relative alla necessità di uscire da uno stato percepito di profondo vuoto e riconnettersi alla realtà, oppure alla gestione di stati emotivi spiacevoli percepiti come altrimenti non maneggiabili: il comportamento autolesionistico sposta così l’attenzione dal dolore emotivo a quello fisico, vissuto come più tollerabile; questo, in un primo momento, allenta la tensione: genera sollievo allontanando esperienze emotive che non si vogliono sperimentare; tuttavia, in un circolo vizioso, rischia di generare nuove esperienze emotive spiacevoli, generalmente a contenuto di senso di colpa e vergogna, per aver messo in atto il comportamento. L’efficacia del comportamento autolesionistico, in relazione ad entrambe le funzioni descritte, aumenta la possibilità di rimetterlo nuovamente in atto, e quindi favorisce l’instaurarsi di circoli viziosi che mantengono il problema nel tempo.

L’autolesionismo è un fenomeno molto diffuso tra gli adolescenti. Tale comportamento permane talvolta anche nella prima età adulta, ma ad ora non sono stati rilevati dalla ricerca molti dati sui fattori che possano influenzare il permanere del comportamento autolesionistico nel tempo. L’indagine condotta da Kiekens G. et al. (2017), e pubblicata sul Journal of Nervous & Mental Disease, ha proprio questo scopo. Gli autori, utilizzando i dati emersi da uno studio longitudinale durato tre anni, hanno infatti comparato i livelli di alcune variabili tra 51 giovani adulti che hanno continuato a mettere in atto le condotte autolesive dopo l’adolescenza, e 50 giovani adulti che invece hanno interrotto tali comportamenti. Per giovani adulti gli autori fanno riferimento, nei due campioni, ad una età media di circa 20 anni. Oltre alle caratteristiche dei comportamenti autolesivi, in termini di funzione svolta e gravità, lo studio valuta i livelli di molti fattori, sia interpersonali (supporto sociale percepito, supporto familiare percepito) che intrapersonali (orientamento sessuale, abilità di regolazione emotiva percepite, distress emotivo, stress accademico, autostima, soddisfazione per la propria vita).

I risultati rilevano che una maggiore gravità dei comportamenti autolesionistici attuati in adolescenza, in termini di maggiore frequenza e utilizzo di diversi metodi, era associata a una maggiore persistenza del comportamento nella prima età adulta. È stato rilevato, inoltre, che il numero di metodi utilizzati correlava coi tentativi di suicidio molto di più rispetto alla frequenza della messa in atto del comportamento.

In relazioni alle funzioni svolte dal comportamento autolesivo, risultano rilevanti sia la presenza di conseguenze positive derivanti dall’elicitazione di arousal (eccitazione, attivazione neurovegetativa) sia la difficoltà percepita nel controllare il comportamento: infatti le motivazioni che si basavano su meccanismi di rinforzo positivo, come ad esempio l’ottenere una scarica di energia, erano associate alla permanenza del comportamento nel tempo. Così come lo era la percezione di non poter resistere all’impulso di mettere in atto il comportamento.

In relazione agli altri fattori esaminati, la persistenza del comportamento autolesionistico nel tempo è stata trovata essere associata a maggiori livelli di distress accademico ed emotivo e minori livelli di supporto dei pari, soddisfazione per la propria vita, e percezione di competenza sulle proprie abilità di regolazione emotiva. Non sono risultati essere rilevanti invece fattori quali l’omosessualità e il supporto familiare percepito, diversamente da quanto la letteratura indica come fattori rilevanti per l’attuazione del comportamento in adolescenza.

Infine, lo studio ha valutato anche il ruolo del distress emotivo e delle abilità di regolazione emotiva percepita come elementi che potessero mediare l’effetto degli altri fattori considerati nel mantenere il problema nel tempo. Le abilità di regolazione emotiva percepite sono risultate essere un fattore importante per l’interruzione del comportamento autolesionistico. Bassi livelli di abilità di regolazione emotiva percepite (intese come presenza di credenze negative sulle proprie abilità di poter regolare le emozioni) mediavano l’effetto dei fattori “supporto sociale percepito” e “soddisfazione per la propria vita”. Inoltre, il distress emotivo aveva un valore predittivo, per il mantenimento del comportamento nel tempo, inferiore rispetto alle abilità percepite di regolazione emotiva: gli autori stessi indicano quindi che la percezione di essere competenti nel regolare le proprie emozioni di fronte alle avversità risulta essere un fattore più importante rispetto ai livelli oggettivi di distress percepito.

Come indicato dagli stessi autori dello studio, i risultati emersi possono avere implicazioni rilevanti per il trattamento dei comportamenti autolesivi sia in adolescenza, sia nella prima età adulta. Ad esempio, oltre alla valutazione generale delle abilità di regolazione emotiva, risulta importante rilevare la percezione che i ragazzi hanno della loro capacità di regolare le proprie emozioni, e modificare le credenze disfunzionali al riguardo, quando presenti. Inoltre, essendo la funzione svolta dall’autolesionismo un fattore significativo per mantenere il comportamento nel tempo, strumenti cognitivo-comportamentali quali l’analisi funzionale potrebbero essere preziosi al fine di identificare gli antecedenti e le conseguenze situazionali, cognitive ed emotive dell’atto autolesivo, rilevando i fattori di rischio per il protrarsi del problema nel tempo (forte elicitazione di arousal positivo e messa in atto del comportamento perché ormai diventato condizionato, quindi con scarsa percezione di controllo). Ciò consentirebbe di identificare le strategie terapeutiche più adeguate al fine, ad esempio, di modificare le contingenze ambientali che fungono da fattore scatenante per la messa in atto del comportamento e/o di apprendere nuove modalità, più funzionali, per incrementare le sensazioni positive percepite.

Irene Castellani

 

Bibliografia

Kiekens, G., Hasking, P., Bruffaerts, R., Claes, L., Baetens, I., Boyes, M., Mortier, P., Demyttenaere, K., Whitlock, J. (2017). What predicts Ongoing Nonsuicidal Self-Injury?: A Comparison Between Persistent and Ceased Self-Injury in Emerging Adults. Journal of Nervous & Mental Disease.

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